12 Settembre 2026

STORIA DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI A ROSCIGNO

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Dai primi ritrovamenti al 1938
Le prime notizie di rinvenimenti archeologici nella valle del Fasanella risalgono alla metà del XIX secolo: nel 1857 nel territorio comunale di Bellosguardo, alla confluenza del fiume Ripiti con il Fasanella venne fortuitamente rinvenuta un’anfora di notevoli dimensioni ed al suo interno vennero ritrovate «monete della Magna Grecia». Gli scopritori, data l’importanza del rinvenimento, ipotizzarono la presenza «una colonia visti i numerosi ritrovamenti fatti».

Il simbolo di Roscigno Vecchia
By Roberto Vito Gerardo – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29099450

Negli anni Venti del ‘900 l’interesse per i reperti che sovente i contadini trovavano fortuitamente durante i lavori agricoli spinsero due medici della zona, il dott. Serafino Marmo di Bellosguardo ed il dott. Silvio Rescignito di Roscigno, ad avviare una fitta corrispondenza con Antonio Marzullo, primo direttore del museo di Salerno e con Amedeo Maiuri, Soprintendente per le antichità della Campania.
L’invio al museo di Napoli di due elmi di bronzo e le numerose sollecitazioni dei medici spingono Marzullo ad una prima esplorazione nel territorio di Roscigno nel 1928, località dalla quale provenivano la maggior parte dei reperti. Da questo momento l’attenzione si concentrerà su una località posta tra il comune di Roscigno e quello di Corleto Monforte, Monte Pruno; qui verranno eseguite numerose campagne di scavo fino al 1938.

La documentazione conservata negli archivi della Direzione Provinciale dei Musei di Salerno (che permette la ricostruzione di questa prima fase della ricerca archeologica nella valle del Fasanella) è formata nella gran parte da contatti epistolari in cui vengono elencati solo i manufatti ritrovati (o perlomeno, quelli ritenuti importanti da menzionare) e, in qualche caso, anche le condizioni del ritrovamento, rarissimi gli schizzi e disegni; si evince che gli scavi vennero condotti con scarso criterio scientifico, inoltre i lavori sul campo vennero affidati ad operai occasionali. Queste in sintesi le tappe più importanti avvenute in quel decennio di attività di ricerca: nel novembre 1929 una piccola campagna di scavi in contrada Pattano, nel fondo di Rocco Crisci in loc. Monte Pruno (sito nel territorio di Roscigno) permette il rinvenimento di numerosissimi pendagli d’ambra figurati.

La documentazione d’archivio permette di ricostruire le fasi di questa scoperta: nel corso del1929 il Marzullo aveva ricevuto molti vaghi d’ambra provenienti da quella zona, soprattutto da quella proprietà (Rocco Crisci), nelle comunicazioni con il Maiuri riferì che gli erano stati inviati complessivamente 4 vaghi d’ambra con testine finemente rilevate e che «il proprietario del fondo asserisce che i suoi bambini hanno distrutto una intera collana rinvenuta in quel luogo». «Sabato nelle indagini dove Lei mi ordinò trovai, alla profondità di m. 0,15, 46 pezzi d’ambra di parecchi disegni … poi nello stesso scavo trovai n. 7 perline, una pillola che pare d’argento e un’altra solo pochi avanzi dello stesso metallo … Lunedì continuo allo stesso punto, a pochi metri lontano, verso il tramonto trovo un altro ritrovamento che sono un cumulo di frammenti segnati tutti insieme al n. 2 perché non posso distinguere tutti i pezzetti … solo un aryballos è sano… Il dottore mi ha voluto far pulire tutti i pezzi d’ambra … fortuna che sono quasi tutti interi come ho avuto l’abilità di scavarli senza farli rompere». Le ambre furono ritrovate tra il 12 e il 14 novembre1929. Protomi femminili e di sileno, di profilo e di prospetto, costituiscono la gran parte dei pendagli d’ambra provenienti da Roscigno, databili tra la fine del V e il IV secolo a.C.

Questi ritrovamenti verranno pubblicati solo nel 1961. Nel marzo del 1930 venne rinvenuta una moneta, trovata «verso la sommità del Monte Pruno», che risulta essere «un piccolo bronzo del regno di Costante I (333-350) e costituisce per ora il dato più tardo di civiltà romana».

Alla fine del 1938, nel mese di ottobre, nel fondo di Giuseppe Stio, situato sul pianoro alla sommità di Monte Pruno, venne effettuato un importante rinvenimento archeologico in maniera del tutto fortuita, venne ritrovata una sepoltura che per l’importanza del suo corredo venne definita successivamente “Tomba Principesca”; la documentazione d’archivio permette la ricostruzione di quell’evento: durante i lavori di semina iniziò ad affiorare lo stelo del candelabro bronzeo, «un tubo metallico» ed apparve la base a tre gambe e ancora la lucerna a tre becchi e due vasi ancora in bronzo.

Candelabro etrusco da tomba principesca di monte pruno a roscigno, 400-390 ac ca.
Candelabro etrusco da tomba principesca di Monte Pruno a Roscigno, 400-390 ac ca. By Sailko – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=81762047

Fermati i lavori agricoli, tra il 4 e l’8 novembre 1938, venne effettuato lo scavo della sepoltura. Terminati gli scavi Marzullo (Direttore del Museo archeologico di Salerno) inviò a Maiuri una relazione preliminare sull’importante scoperta: «Definita l’area sepolcrale, si è potuto accertare come questa si fosse ottenuta mediante taglio di un crepaccio nel banco naturale lapideo che si estende sul pianoro di Monte Pruno, seguendo la pendenza del versante meridionale del monte: il taglio era stato favorito dalla formazione scistosa del banco lapideo, di cui infatti si son definiti i filoni ai margini del recinto funerario. Il piano della tomba, alla profondità di un metro da quello superficiale del banco lapideo (l’attuale piano di campagna è sopraelevato di appena 5 cm), è risultato ben definito dal taglio eseguito nel crepaccio in modo da ottenere un recinto rettangolare con le seguenti dimensioni: lungh. m. 5; largh. m. 3,30.

Tale recinto aveva, sul lato orientale, un invito (alt. 0,15; prof. m. 1,15; largh. m. 2,85), su cui immetteva un dromos (largh. m. 1,70), aprentesi obliquamente verso SE del lato stesso del recinto, fino a raggiungere dopo 2 metri, in leggero pendio, il piano superficiale del banco lapideo. Il recinto sepolcrale aveva, solo sul lato meridionale, una risega (alt. 0,20; largh. 0,45) per l’imposta del tumulo di pietre che copriva la tomba. Il tumulo (alt. 0,80) era, purtroppo, franato; sicché la suppellettile si è spesso ritrovata in un ammasso di frammenti, talora anche non definibili, poiché le pietre del tumulo abbattutosi sulla deposizione avevano formato compatta lega coi sedimenti della maceria, a causa della permeabilità degli scisti calcarei.

L’ardua investigazione è valsa, però, non solo a recuperare tutti gli oggetti e i frammenti della suppellettile sconvolta, ma anche ad accertare la disposizione del corredo funerario attorno alla deposizione, ch’era avvenuta in cassa di legno, com’è conferma nei chiodi rinvenuti accanto allo scheletro. Quest’ultimo, supinamente disteso, era lungo m. 1,80. Orientazione: EO. circa cinquanta oggetti con associazione insolita e straordinariamente ricca di materiale artistico e archeologico, non consente d’inviare un preciso elenco inventariale, prima che il materiale stesso sia opportunamente vagliato in modo da ricostruire la suppellettile in base ai dati di scavo e sottoporre, quindi, i recuperi frammentari ad accorta opera di restauro. Comunque è opportuno rilevare quanto segue, circa il carattere particolare della associazione del materiale nella suppellettile funeraria.

Kantharos greco in argento parz. dorato, da tomba principesca di monte pruno a roscigno, 400-390 ac ca
Kantharos greco in argento parz. dorato, da tomba principesca di Monte Pruno a Roscigno, 400-390 ac ca. By Sailko – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=81762056

La disposizione aveva sul fianco destro un prezioso insieme di materiale bronzeo; un candelabro, vasellame vario tra cui un’anfora del tipo c. d. “trozzella”, oggetti pertinenti al “mundus muliebris”, un gruppetto scultoreo raffigurante un guerriero di tipo greco-italico nell’atto di incedere avendo il braccio sin. girato sulla spalla di una figura femminile panneggiata (alt. delle figg. 0,12), nonché un kantharos su piede in argento, già da Voi esaminato. Sullo stesso lato, verso i piedi della deposizione, erano gli avanzi di un carro in ferro, sotto i quali si sono recuperati, nella maggior parte in un informe ammasso di frammenti, esemplari vari di ceramica a vern. nera e nella tecnica a figg. nere e rosse.

Altri esemplari dello stesso tipo erano sul fianco sinistro dello scheletro, insieme con vasellame bronzeo. Sul collo della deposizione era una collana con rosone centrale e due protomi sileniche in lamina aurea, legati su filo d’argento, non recuperabile ma sicuramente definito in situ. Sul lato sin. della spalla, su cui era abbattuta e schiacciata la testa dello scheletro, si sono recuperati frammenti di un oggetto ornamentale in argento. Alla testa dello scheletro era una punta frammentaria di lancia in ferro. La relazione completa sulla scoperta sarà inviata appena ultimata la ricostruzione della suppellettile»6. Di questa relazione annunciata non vi è traccia nell’archivio. Dopo il restauro il corredo, esposto attualmente al Museo provinciale di Salerno, è divenuto oggetto di un ampio dibattito che ha sempre sottolineato la natura “principesca” del complesso e lo stato elitario del defunto.

Ernesto Reina
Professore/Docente di Lettere nella Scuola Secondaria di primo grado

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