Lévinas, Kant e il Riconoscimento – Parte prima
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo mese (maggio 2026) in Esclusiva per l’Italia una “Sintesi approvata” di una Tesi di Laurea di una Avvocatessa Brasiliana PhD. Cacilda Jandira Corrêa Mezzomo che vive in Brasile a Caxias do Sul.
L’argomento interessante è sulla filosofia e il pensiero di Lévinas e Kant e questo presente articolo nell’agevolare la lettura ho preferito dividerlo in 2 parti vista la profondità e la complessità dell’argomento trattato.
Buona lettura.
Giuseppe CARRINO (PINO CARLO)
Presidente Associazione IDEAGENIUS
Astratto
Lo scopo di questo articolo è indagare una possibile presenza del concetto di riconoscimento nella filosofia pratica di Immanuel Kant e fino a che punto l’autore si avvicinerebbe al pensiero di Emmanuel Lévinas . Pertanto, per avanzare in questa direzione, indicheremo alcune caratteristiche fondamentali delle rispettive concezioni etiche, ricercando i principali punti di approssimazione e distanza tra i due pensatori.
Tuttavia, non si tratta di uno studio approfondito e comparativo tra etica levinasiana ed etica kantiana, quanto piuttosto di un breve saggio sui punti convergenti e divergenti tra i rispettivi concezione circa l’importanza che entrambi gli autori attribuiscono al concetto di riconoscimento nelle relazioni intersoggettive.

1-INTRODUZIONE
Quando parliamo di Kant e Lévinas, ci riferiamo a due pensatori estremamente prolissi che hanno evidenziato nelle loro rispettive filosofie temi come la morale, l’etica e la religione da una posizione molto critica. Abbiamo anche verificato che il rapporto tra i due filosofi può essere considerato un rapporto stretto in alcuni punti, così come un rapporto a grande distanza in altri, così che, metaforicamente parlando, il ritmo dell’incontro tra la concezione kantiana e quella levinasiana, può essere paragonato al movimento della sistole e della diastole nel cuore umano. È importante sottolineare che sia in Kant che in Lévinas, il primato della filosofia ci conduce all’etica, cioè alla filosofia pratica. Nonostante la convergenza di pensiero di entrambi i filosofi sull’importanza della condotta etico-morale, la maggiore divergenza tra loro sembra essere all’origine dei rapporti intersoggettivi, cioè nella costituzione, modalità e azione del soggetto, soprattutto in relazione libertà e concetti di autonomia ed eteronomia. Quindi, quando si tratta del soggetto e della sua interazione nel mondo, non troveremo una convergenza tra pensiero kantiano e levinasiano, anzi, possiamo addirittura dire che entrambi i filosofi assumono posizioni diametralmente opposte. In Kant il soggetto è costituito da una volontà autonoma, cioè da un’autonomia della ragione che può diventare pratica sulla base di imperativi. Lévinas, ispirato dalla filosofia greca oltre che dalla lettura talmudica in quanto pensatore ebreo, sostiene che il rapporto intersoggettivo è determinato dall’eteronomia. Tuttavia, come accennato in precedenza, prima di individuare la presenza o meno del concetto di riconoscimento nel pensiero kantiano e la sua vicinanza al pensiero levinasiano, oggetto di questo saggio, è necessario analizzare alcune delle principali idee concettuali di entrambe le filosofie. Quindi, inizieremo con l’analisi del concetto di persona. in Kant.
2-Dal concetto di persona in Kant
La classica domanda su cosa sia l’uomo incuriosisce l’umanità fin dall’inizio e non appartiene solo ad una dimensione antropologica ma presenta anche una dimensione etica, visto che l’uomo è considerato il risultato del rapporto tra le due dimensioni. Per Kant il filo conduttore che unisce la sfera pratica e quella pragmatica, in cui risiede tutta l’argomentazione della razionalità teorica e pratica, è la libertà. La tesi centrale della sua opera, Fondazione della Metafisica dei costumi (1775), ruota attorno alla libertà presente nella soggettività. Nella concezione kantiana l’essere umano è un essere di libertà fine a se stesso che, considerando tutte le concezioni morali e filosofiche, è portatore di dignità e negare questa condizione significherebbe negare l’umanità stessa e, quindi, la sua soggettività.
Per Kant l’uomo è parte del mondo intelligibile e del mondo sensibile. Mentre nel mondo sensibile la natura detta le regole in base ai fenomeni, nel mondo intelligibile la pietra di paragone è la libertà, poiché è la base di ogni azione umana; nella sfera sensibile, invece, è la natura che controlla le regole, poiché la natura è la base dei fenomeni. Il cittadino del mondo kantiano è un essere politico, un essere umano che sceglie liberamente ciò che vuole fare di sé nel mondo, sia utilizzando un formalismo (imperativo categorico), sia utilizzando una metodologia per rendersi libero nel mondo (antropologia). Al fine di ottenere una maggiore comprensione del significato di questa libertà e autonomia, presenteremo ora le seguenti considerazioni kantiane:
3-Libertà kantiana
Studiando il concetto fondamentale di libertà in Kant, anche se, in modo panoramico, possiamo dire che la libertà si presenta sotto due aspetti: negativo e positivo. La libertà negativa si riferisce, grosso modo, ad una condizione di indipendenza dalle inclinazioni sensibili, mentre la libertà in senso positivo consiste nella facoltà che l’uomo deve determinare per agire come intelligenza secondo le proprie leggi, indipendentemente da fattori esterni o inclinazioni del nostro naturale istinti.
Tali leggi si trovano nella ragione pura che, per inciso, è la pietra angolare dell’intero sistema kantiano, il quale postula anche dalla prima critica che il fine della ragione sia la morale. in tal senso Nodari spiega che:
Il carattere imperativo del “dovrebbe essere” condiziona la volontà di rimanere guidata da proposizioni sintetiche a priori, di carattere universale che superano le inclinazioni sensibili […] in questo modo, l’imperativo categorico è una determinazione della volontà che ha come presupposto la Libertà. È proprio perché è libero arbitrio che si presenta con il dovrebbe essere, rafforzando l’idea di autonomia e indeterminazione esterna a se stessi (NODARI, 2011, p.195).
La libertà kantiana implica l’indipendenza da ogni forma di dipendenza, la libertà da – e il potere di legiferare da sé nella libertà di. Questa indipendenza è ciò che chiamiamo libertà in senso negativo, mentre la legislazione propria della ragion pura pratica consiste nella libertà in senso positivo. Così, la legge morale esprime solo l’autonomia della ragion pura pratica, cioè della libertà, e questa autonomia è essa stessa la condizione formale di tutte le massime, sotto la cui condizione esse possono coincidere con la legge pratica suprema. Kant privilegia la libertà intelligibile fondata sull’autonomia della volontà, libertà che, per affermarsi e imporsi, si scontra sempre con l’eteronomia.
Pertanto, la libertà per Kant è la categoria fondante di ogni azione umana, sia per l’individuo con se stesso sia come cittadino del mondo, in una prospettiva più antropologica. Tuttavia, di fronte a domande come: cosa fa l’uomo di se stesso? Cosa può o deve fare l’uomo in quanto essere che agisce liberamente? Sono domande che ricorrono frequentemente nella ricerca di una maggiore comprensione della nostra condizione nel mondo, poiché è lì che l’uomo sperimenta e verifica se ciò che fa di sé, come essere libero, contribuisce al suo progresso, che per Kant, è in relazione più con la specie che con l’individuo. L’azione umana mette in relazione il senso soggettivo di una volontà formale con un mondo oggettivo il cui fine è il progresso della specie.
PhD. Cacilda Jandira Corrêa Mezzomo
(Avvocatessa che vive in Brasile a Caxias do Sul)
